Calendario

17.
Domani 18.

Sai,
il mio calendario è
sulle gambe,
nelle mani tagliate dai silenzi
dove i giorni
sono piccoli indiani stanchi
appesi
al soffitto delle tue geografie –
segno sulla schiena
l’andare

venire
      tornare
             partire

non ho nostalgia di una parola mancata,
ma di quel restare lieve
che fa
di due
lo stupore di un palloncino sfuggito alla terra.

[GRS]

Ematoma

Prendo nota
delle mie inadeguatezze.

Le segno sul seno,
la geometria fisica del blu
è la penna che il corpo riconosce –
la tua misura
diventa sul lobo memoria,
ti ho detto
a me non da fastidio

quando il gioco
(lento)
si fa lacerazione
mi chiedo perché resto –
mi chiedo perché sono,
io che scalza
occupo lo spazio di una cicatrice.

[GRS]

Gratiarum Actio

Ecco,
oggi ti ringrazio.
Ti ringrazio
per il piatto non mangiato
per il vino non bevuto,
i brindisi col fioretto nell’armadio.
Ti ringrazio per le attese,
quelle lunghe della festa –
grazie a mente piena,
grazie tante a pelle gonfia.

Ti ringrazio per il tempo sola,
per la voce che mi basta
e per gli odori della notte.
Grazie è d’abbraccio alle spalle,
grazie perché sta nel ventre –
ti ringrazio per la schiena che cova il sale,
per il petto che si apre
al sangue che macera.
Ti ringrazio per il profumo di camomilla
e lo zolfo che rimane,
il lenzuolo bagnato e l’asciugamano riposato.

Ti ringrazio per quel che sai,
ti ringrazio per il poco che so –
pazzi e poeti ballano da soli
e la mia misura del due
è un monologo a luci abbassate.

Ti ringrazio per il corpo,
per il collo e le sue impronte –
ti ringrazio per i sogni che mi hai detto
e più per quelli che hai taciuto,
grazie per la terra
(che mi sia amante)
grazie per le nuvole
(che mi sanno amare)

ti ringrazio a mani aperte
ad accogliere ogni piega –
c’è violenza nel silenzio
quando il nudo è bozzolo d’aracne
perché i ragni
(già lo sai)
non diventano farfalle
ma la seta l’hanno sempre in bocca.

[GRS]

Burja

A sorsi
godo delle nuvole –
ti ho nel vento
d’increspatura sottile,
non mi fido delle spalle
quando
(a sostare dopo gli atti)
denudano tracce
e rigurgitano sale,
ma qui
la schiena storta è la mia
che si scioglie di notte
mentre bora ride alla finestra
nel breviario del bianco.

Ad ascoltare quel corpo
avresti il filo d’ogni lacerazione,
a che mi serve esser di terra
quando testardo
il cuore impazzisce per il cielo?

[GRS]

La Bora [Burja in sloveno] è un vento catabatico, cioè di caduta e compressione adiabatica, di provenienza nord/nord-orientale, che soffia con particolare intensità specialmente verso l’Alto e Medio Adriatico.
La bora non si orienta in un’unica direzione ma fluttua intorno ad una direzione media che è tipica per ogni località. La sua caratteristica è di essere un vento “discontinuo”, ovvero di manifestarsi con raffiche più forti, intervallate dalle raffiche meno intense.

Gabbie (di sera)

Mi sono chiusa
dentro la sera,
acciambellata nella forma della luna
a fare di un tempo un’abitudine –
ho ascoltato i tulipani
dirmi le strade del vento
e gli incroci delle api,
ma il profumo è solo bugia di luce
e il cuore digerisce la solitudine
se il sole si ricorda di sorgere –
dove finiamo, noi,
che della notte facciamo un rituale
e nella conta di un attimo
giochiamo la roulette del corpo?

Sai, in fondo –
non siamo che tratti di nuvole
anche quando il cielo si fa terso
e a disegnare
restano solo dita e sogno.

[GRS]

Danze di Notte

Ho chiesto alla notte
dove
sia nascosto il tuo nome,
le mani d’ombra di un ramo
alla messa d’inverno
raccontano gli spazi fra volo e caduta –
sola, la voce a sillabare silenzi
in quest’urna di piume…
io
(che del nido ho la dimensione del buio)
come posso sapere
il più bianco canto d’allodola?

E tu
(spettro del tuo stesso stare)
dimmi quella nota diffusa,
lieve a tessere l’aria
quando il porto è la terra –
dammi la misura,
e la meccanica
dei corpi all’epifania del piacere,

nel nostro sfiorare la sera
di calici e trapezi,
c’è il tempo di un uomo
o il tepore di donna –
il dado sfacciato
dell’equilibrio che danza sul cuore.

[GRS]

Dedicata.

Il mare mi ha dato
naufragare
di spazi e memorie,
rigurgiti
nel cuore
che sale alla gola –
ho chiesto all’Isonzo
di levigare il mio letto,
ogni volta
ogni sorso d’uomo
è origami
nel ventre che s’asciuga.

il fiume mi ha fatta,
il fiume mi ha presa

ho imparato
ad esser di terra –
creatura che sono,
incapace
di emozioni piccole.

[GRS]