Gratiarum Actio

Ecco,
oggi ti ringrazio.
Ti ringrazio
per il piatto non mangiato
per il vino non bevuto,
i brindisi col fioretto nell’armadio.
Ti ringrazio per le attese,
quelle lunghe della festa –
grazie a mente piena,
grazie tante a pelle gonfia.

Ti ringrazio per il tempo sola,
per la voce che mi basta
e per gli odori della notte.
Grazie è d’abbraccio alle spalle,
grazie perché sta nel ventre –
ti ringrazio per la schiena che cova il sale,
per il petto che si apre
al sangue che macera.
Ti ringrazio per il profumo di camomilla
e lo zolfo che rimane,
il lenzuolo bagnato e l’asciugamano riposato.

Ti ringrazio per quel che sai,
ti ringrazio per il poco che so –
pazzi e poeti ballano da soli
e la mia misura del due
è un monologo a luci abbassate.

Ti ringrazio per il corpo,
per il collo e le sue impronte –
ti ringrazio per i sogni che mi hai detto
e più per quelli che hai taciuto,
grazie per la terra
(che mi sia amante)
grazie per le nuvole
(che mi sanno amare)

ti ringrazio a mani aperte
ad accogliere ogni piega –
c’è violenza nel silenzio
quando il nudo è bozzolo d’aracne
perché i ragni
(già lo sai)
non diventano farfalle
ma la seta l’hanno sempre in bocca.

[GRS]

Burja

A sorsi
godo delle nuvole –
ti ho nel vento
d’increspatura sottile,
non mi fido delle spalle
quando
(a sostare dopo gli atti)
denudano tracce
e rigurgitano sale,
ma qui
la schiena storta è la mia
che si scioglie di notte
mentre bora ride alla finestra
nel breviario del bianco.

Ad ascoltare quel corpo
avresti il filo d’ogni lacerazione,
a che mi serve esser di terra
quando testardo
il cuore impazzisce per il cielo?

[GRS]

La Bora [Burja in sloveno] è un vento catabatico, cioè di caduta e compressione adiabatica, di provenienza nord/nord-orientale, che soffia con particolare intensità specialmente verso l’Alto e Medio Adriatico.
La bora non si orienta in un’unica direzione ma fluttua intorno ad una direzione media che è tipica per ogni località. La sua caratteristica è di essere un vento “discontinuo”, ovvero di manifestarsi con raffiche più forti, intervallate dalle raffiche meno intense.

Gabbie (di sera)

Mi sono chiusa
dentro la sera,
acciambellata nella forma della luna
a fare di un tempo un’abitudine –
ho ascoltato i tulipani
dirmi le strade del vento
e gli incroci delle api,
ma il profumo è solo bugia di luce
e il cuore digerisce la solitudine
se il sole si ricorda di sorgere –
dove finiamo, noi,
che della notte facciamo un rituale
e nella conta di un attimo
giochiamo la roulette del corpo?

Sai, in fondo –
non siamo che tratti di nuvole
anche quando il cielo si fa terso
e a disegnare
restano solo dita e sogno.

[GRS]

Danze di Notte

Ho chiesto alla notte
dove
sia nascosto il tuo nome,
le mani d’ombra di un ramo
alla messa d’inverno
raccontano gli spazi fra volo e caduta –
sola, la voce a sillabare silenzi
in quest’urna di piume…
io
(che del nido ho la dimensione del buio)
come posso sapere
il più bianco canto d’allodola?

E tu
(spettro del tuo stesso stare)
dimmi quella nota diffusa,
lieve a tessere l’aria
quando il porto è la terra –
dammi la misura,
e la meccanica
dei corpi all’epifania del piacere,

nel nostro sfiorare la sera
di calici e trapezi,
c’è il tempo di un uomo
o il tepore di donna –
il dado sfacciato
dell’equilibrio che danza sul cuore.

[GRS]

Dedicata.

Il mare mi ha dato
naufragare
di spazi e memorie,
rigurgiti
nel cuore
che sale alla gola –
ho chiesto all’Isonzo
di levigare il mio letto,
ogni volta
ogni sorso d’uomo
è origami
nel ventre che s’asciuga.

il fiume mi ha fatta,
il fiume mi ha presa

ho imparato
ad esser di terra –
creatura che sono,
incapace
di emozioni piccole.

[GRS]

Imprescindibile

Oggi che c’eri era la pace.
Era il flusso sereno di istanti che portano l’infinito racchiuso in ogni dettaglio; ridendo penserò ad ogni caffè che si fredda e alla strada che scorre, al nero metallico e al bianco che avanza e sorride e non cambia. Conteranno i giorni nel mutar delle cose, e nel colore dei versi che si dondola alle braccia sottili saranno sfumature di un nome.

[Ancora.]

Oggi che c’eri era il fremito.
Era quel sussurro che cattura la pelle, quel ritmo che accelera il diaframma e poi lascia sospesi – la scia che traghetta ogni nota al mio scrivere, nel fare del tempo l’ombra di un diamante… qulel’armonia che sciacqua l’inutile in un silenzio che non pesa, nell’assenza che resta ed è imprescindibile presenza.

Non ho poesia a cornice di te, solo un corpo che non dimentica e il sapore di un pensiero che fermo rimane.

Vorrei.
Vorrei.

Tasche

Strame nelle tasche
sopra
tesori santi e dei,
ore di non-esistenza
nelle promesse
a chi amava d’ingenuità.

Bambina svanisci!

– fra fumo e fantasmi,
rileggo pagine di consunta religione
e rimetto al cielo i suoi lumi
sotto
castelli di vetri incrinati,
opachi paesaggi
di scale al tramonto.
Mani germogliano in quelle tasche
bucate da tarme –
Dita sfilano rocchetti d’oro,
si scaldano d’attese
s’incontrano in anelli di neve.

 

[GRS]