La foglia al centro

Alla poesia
mi aggrappo,
oggi che le mani
hanno un tremito lungo l’attesa –
mi vedo
in quell’ultima foglia
legata alla terra
nei turbinii secchi di settembre,
quando tutto è movimento
e si perde il senso del corpo.

Eccomi –
se la scelta
è un dover danzare,
questo peso sarà l’angolo
fra la fine del suolo
e l’inizio delle nuvole.

[GRS]

Scatola di energie.

Abbiamo un taglio,
io e te –

va dai muscoli del cuore
al bassoventre,
stringe la testa
e la lascia in transito
sul gioco del tempo che scarica i passi.

Mi ricordo
addormentarsi
sapendo che il resto sarebbe andato avanti –
lo ricordo
ma ho dimenticato,
ho lasciato la sutura alle nuvole
come te oggi
(scatola di energie)
che fai di una stanza un cielo aperto.

Sai,
solo in una donna
gli occhi
hanno insieme
la lievità dell’erba,
la costanza del tronco.

[GRS]

Con dedica personale alla poeta Cristina Micelli, scatola di energie – e a tutte le donne che, come noi, hanno un taglio dentro ma restano con gli occhi fatti di luce.

Calendario

17.
Domani 18.

Sai,
il mio calendario è
sulle gambe,
nelle mani tagliate dai silenzi
dove i giorni
sono piccoli indiani stanchi
appesi
al soffitto delle tue geografie –
segno sulla schiena
l’andare

venire
      tornare
             partire

non ho nostalgia di una parola mancata,
ma di quel restare lieve
che fa
di due
lo stupore di un palloncino sfuggito alla terra.

[GRS]

Ematoma

Prendo nota
delle mie inadeguatezze.

Le segno sul seno,
la geometria fisica del blu
è la penna che il corpo riconosce –
la tua misura
diventa sul lobo memoria,
ti ho detto
a me non da fastidio

quando il gioco
(lento)
si fa lacerazione
mi chiedo perché resto –
mi chiedo perché sono,
io che scalza
occupo lo spazio di una cicatrice.

[GRS]

Materia

Ho raccolto
la terra che sono,
l’ho inscatolata,
pressata in cartoni
umidi di fondi –
dal mio lato della notte
vedo la scadenza dei lampioni,
consumati
a regger l’azzurro anche quando si fa nero.

Così oggi ancora
so
di esser materia pesante –
come la poiana è per il volo,
io sono di gravità
radice
abbracciata al cielo.

[GRS]

Tabernacolo

Nel dire
“di te non mi fido”
sei veloce,
gli spazi stretti
come il bimbo alla bugia –
ma è la notte
che fa del tuo corpo un testimone
e del mio ventre il tabernacolo.

A mietere attese ho imparato
ascoltando la poiana vestire il cielo –
oggi so leggere le tue spalle
quando mi addormenti,
in questo lenzuolo di nuvole
dove azzurro
è il mio seminare,
dove il volo
è equilibrio
fra presenza e silenzio.

[GRS]

Crisalidinotte

Ho infilato le mani
nella forma di due.
L’ho modellata,
a volte contemplata –
quando la notte ci lascia soli
il bianco è un ricordare che il cielo scortica piano.

Ho trovato nodi e garze
nei tuoi spazi di farfalla,
il tempo di un filo di seta
misura la pazienza
e sa esser nuvola ed erba.
Sai,
non è il vento a chiamar crisalidi
ma le ali
(da dentro)
a voler la resa dei muri.

[GRS]

Pioppi.

Da seduta
guardo gli alberi nel loro andare.
Qui,
sulla strada argilla
io
sono a colore uniforme:
a gambe incrociate
non servono le scarpe
per stare in fila indiana.

E i pioppi osservano,
loro
che delle diagonali non hanno misura
e che a sondare il cielo
trovano il limite delle cose non dette.

[GRS]

“In cosa credi?”

Ho posato
le parole sul comodino.
Sul divano,
quando chiedevi “in cosa credi?”
e ti dicevo che
ad andare scalzi
ci si fida della Terra –
sul cartone
(nudo di piedi)
il dizionario di un bambino.

Ho lasciato
le scarpe alla salita dei colli,
anche oggi che resta il gallo
a filare i venti
e la larghezza del cielo
mi dimora nel ventre.

[GRS]