Pioppi.

Da seduta
guardo gli alberi nel loro andare.
Qui,
sulla strada argilla
io
sono a colore uniforme:
a gambe incrociate
non servono le scarpe
per stare in fila indiana.

E i pioppi osservano,
loro
che delle diagonali non hanno misura
e che a sondare il cielo
trovano il limite delle cose non dette.

[GRS]

“In cosa credi?”

Ho posato
le parole sul comodino.
Sul divano,
quando chiedevi “in cosa credi?”
e ti dicevo che
ad andare scalzi
ci si fida della Terra –
sul cartone
(nudo di piedi)
il dizionario di un bambino.

Ho lasciato
le scarpe alla salita dei colli,
anche oggi che resta il gallo
a filare i venti
e la larghezza del cielo
mi dimora nel ventre.

[GRS]

Bozze di una domenica sera.

Le immagini,
ci sono le immagini
che non riesco a prendere –
una bambina sul marciapiede
un bambino nel mio letto,
la porta rossa
i suoi occhi neri bidimensionali

senza l’ago da imbastitura
scivolano
sotto il cuscino gli orli dell’eyeliner
e

(cacofonie)
le surfinie sul davanzale
il lampione a spegnersi dietro il piano
“la felicità non è tuo diritto”
non mi fido di te

Il gatto di guardia
allo sciabordio del fiume
cede alla televisione che crolla l’io –
cede a te che sverni la pelle,
solo qui respirare sa di aria
e le nuvole sono giochi di bianchezze.
In questa conchiglia,
il sonno
si lascia –
mi lascia andare.

[GRS]

Gratiarum Actio

Ecco,
oggi ti ringrazio.
Ti ringrazio
per il piatto non mangiato
per il vino non bevuto,
i brindisi col fioretto nell’armadio.
Ti ringrazio per le attese,
quelle lunghe della festa –
grazie a mente piena,
grazie tante a pelle gonfia.

Ti ringrazio per il tempo sola,
per la voce che mi basta
e per gli odori della notte.
Grazie è d’abbraccio alle spalle,
grazie perché sta nel ventre –
ti ringrazio per la schiena che cova il sale,
per il petto che si apre
al sangue che macera.
Ti ringrazio per il profumo di camomilla
e lo zolfo che rimane,
il lenzuolo bagnato e l’asciugamano riposato.

Ti ringrazio per quel che sai,
ti ringrazio per il poco che so –
pazzi e poeti ballano da soli
e la mia misura del due
è un monologo a luci abbassate.

Ti ringrazio per il corpo,
per il collo e le sue impronte –
ti ringrazio per i sogni che mi hai detto
e più per quelli che hai taciuto,
grazie per la terra
(che mi sia amante)
grazie per le nuvole
(che mi sanno amare)

ti ringrazio a mani aperte
ad accogliere ogni piega –
c’è violenza nel silenzio
quando il nudo è bozzolo d’aracne
perché i ragni
(già lo sai)
non diventano farfalle
ma la seta l’hanno sempre in bocca.

[GRS]

Grado

Quella sera in macchina,
ricordi?
Era la pausa del cielo
che bambino
sfibra le acque
e l’orizzonte di Grado –
ti dissi che a nuotare
non ho mai imparato,

come se il mare fosse più bello
quando hai paura di affogare,
come se tu fossi più vicino
quando ho paura di affondare.

[GRS]

Burja

A sorsi
godo delle nuvole –
ti ho nel vento
d’increspatura sottile,
non mi fido delle spalle
quando
(a sostare dopo gli atti)
denudano tracce
e rigurgitano sale,
ma qui
la schiena storta è la mia
che si scioglie di notte
mentre bora ride alla finestra
nel breviario del bianco.

Ad ascoltare quel corpo
avresti il filo d’ogni lacerazione,
a che mi serve esser di terra
quando testardo
il cuore impazzisce per il cielo?

[GRS]

La Bora [Burja in sloveno] è un vento catabatico, cioè di caduta e compressione adiabatica, di provenienza nord/nord-orientale, che soffia con particolare intensità specialmente verso l’Alto e Medio Adriatico.
La bora non si orienta in un’unica direzione ma fluttua intorno ad una direzione media che è tipica per ogni località. La sua caratteristica è di essere un vento “discontinuo”, ovvero di manifestarsi con raffiche più forti, intervallate dalle raffiche meno intense.

Gabbie (di sera)

Mi sono chiusa
dentro la sera,
acciambellata nella forma della luna
a fare di un tempo un’abitudine –
ho ascoltato i tulipani
dirmi le strade del vento
e gli incroci delle api,
ma il profumo è solo bugia di luce
e il cuore digerisce la solitudine
se il sole si ricorda di sorgere –
dove finiamo, noi,
che della notte facciamo un rituale
e nella conta di un attimo
giochiamo la roulette del corpo?

Sai, in fondo –
non siamo che tratti di nuvole
anche quando il cielo si fa terso
e a disegnare
restano solo dita e sogno.

[GRS]

Bare.

Cammino scalza
dove altri hanno ormeggiato –
mi hai detto che ruvida è la pianta,
non si può danzare da spenti
ma la terra non chiede morbidezze
quando il viaggio è nella gola
e arrivare
è solo un punto a pennarello
su orizzonti mobili.

Noi
che eravamo di nuvola ieri,
contiamo la sabbia
come i bambini le margherite –
forse il cielo sa di sbagliare
quando si apre ad accoglier la neve
ma il gelo
(oggi)
è il silenzio che si fa forma sottile…
per noi
che sulle geometrie
siamo nudi
a passo di volo.

[GRS]

Titolo da leggersi in inglese.

-7

Meno sette –
gradi a tepore escluso,
dove il bianco non è la neve
e la voce sta
senza sapersi alzare,
in questo castello di onde
sono i corvi
a scendere il sangue alle dita
quando anche l’Inverno
dimentica i passi
e incrociarsi è un mantra di carne.

Dimmi,
chi ha coniato la distanza fra le parole?
Chi ha deciso per noi
che i gesti non siano
brindisi,
e poesia?