Strofe dipinte di Jazz 2016

14-15-16 luglio 2016: ci siamo, come ogni anno i laghetti di Romans d’Isonzo (GO) prendono vita a ritmo di jazz, in equilibrio fra musica e arti diffuse.

Quest’anno, in occasione del festival Strofe dipinte di Jazz, ci siamo anche noi – e con “noi” intendo Andrea CECON (haijin, vicepresidente dell’Associazione Italiana Haiku), Valeria Simonova-CECON (haijin, traduttrice), Gaia Rossella SAIN (e cioè, io).
Parleremo di haiku, ma non solo: faremo un excursus su questo genere e su altre simili forme poetiche che ci appassionano (senryu per Valeria, katauta per me, haibun per Andrea)… per scoprire lo spirito del mondo nascosto in pochi momenti scritti.

Locandina: strofe16luglio

Non mi dilungo troppo adesso: chi può esserci è il benvenuto.

Ci trovate sabato 16 luglio, ore 17.00, a Romans d’Isonzo (Go).
Zona dei laghetti Fipsas: vi aspettiamo in un palco naturale immerso fra alberi e acque dolci.

Ovviamente non mancheranno vino e birra! Un esempio? Vicino a noi l’enoteca, per un calice di Malvasia di Vignai da Duline o di Collio Bianco di Edi Keber!

Caffè

L’ansia
dei vecchi che a occhi sbarrati
frugano l’attimo
d’un caffè bollente,
la fretta del tempo
che sfuma oltre il vetro –
e il giovane appoggia
sforzando un saluto
l’ennesimo deserto secondo
sul tavolino d’un bar.

 

[GRS]

 

Giocando…
…ogni giorno, dell’ansia della gente che dimentica i sapori e ingoia i profumi, si congela in istanti nel terrore di viverli… e con pupille spente giudica il cielo ignorandone i colori.

I Veg-Reunion Volontari del Festival Vegetariano

Dopo cinque edizioni svoltesi a Gorizia dal 2010 al 2014, il Festival Vegetariano si ferma. L’edizione 2015 della manifestazione, organizzata dall’Associazione Eventgreen e promossa da Biolab, è sospesa, preso atto delle condizioni di incertezza che circondano l’evento.WP_20140704_10_02_20_Pro

Quando, il 16 gennaio, dalla pagina ufficiale del Festival Vegetariano sbarca questa notizia shock, tutte le community green si trovano spiazzate: un evento di così grande interesse e pregio per la nostra regione, che da anni ospita personalità ed eventi di spicco, sembra sfumare all’orizzonte.

“Non possiamo affrontare di nuovo un simile sforzo economico che ricade, in massima parte, sulle spalle dell’associazione organizzatrice e del soggetto promotore”, afferma Massimo Santinelli, presidente Eventgreen.
Non ci sono abbastanza fondi per mantenere viva, e all’altezza delle precedenti edizioni, una manifestazione che ogni anno è cresciuta esponenzialmente, passando dai pochi stand delle Casermette nel 2010 alla cornice da favola del Castello di Gorizia nel 2014.

Nei giorni seguenti a questo triste annuncio, le voci di chi negli anni ha organizzato, lavorato, partecipato…, si trasformano da un brusio sommesso di perplesse lamentele a un accorato richiamo sull’onda del vecchio detto l’unione fa la forza.

Veg-selfie!
Veg-selfie!

I Volontari non ci stanno.
L’edizione 2014 ha contato circa 80 volontari ufficiali, persone d’ogni età e background che, con un sorriso sempreverde e totale disponibilità, hanno perorato la causa del vivere bene in linea con principi di etica, salute, empatia verso il mondo, rispetto, sana alimentazione. Volontari che, lavorando ogni giorno in ogni angolo di Festival, hanno iniettato la loro grinta e il loro entusiasmo in un evento che ha coinvolto migliaia di persone ogni anno… volontari che sono una famiglia, che hanno ormai legami di amicizia ben oltre i chilometri e le differenze di età.

Proprio in onore di questa grande famiglia, per rinsaldare rapporti umani e ritrovare sorrisi e volti amici, sabato 31 gennaio si è tenuta a Gorizia la prima Veg-Reunion dei Volontari del Festival Vegetariano.
Si respirava aria di casa, come sotto i tendoni di Piazza Vittoria nel 2013 o fra le stradine del Castello nel 2014.

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Volontari in Musica. Simone e Kristjan in duo chitarra e voce.

Difficile credere che questa manifestazione debba chiudere i battenti… oserei dire quasi impossibile, se non vivessi in una realtà cittadina dove personalità di pregio, ma “diverse” dalla massa, devono trovare spazio altrove, ed eventi di valore si vedono coperti dall’impeto famelico volto all’universo del “bevi bevi magna magna”.
Questa “realtà cittadina” goriziana, rappresentata da amministrazioni che son sempre pronte a dire e ben meno propense a dimostrare, si è subito mossa per sbandierare, a scanso di equivoci, che provvederà in ogni modo affinché il Festival possa tenersi anche quest’anno.
Noi intanto siamo qui, e qui resteremo… e vedremo, un po’ incrociando le dita e un po’ muovendoci in prima persona per mantenere viva l’attenzione su uno stile di vita il più possibile cruelty free ed eco-friendly.

Go green!
Go green!

Del resto… io sono per natura un’inguaribile ottimista: spero di rivedere queste atmosfere anche nel 2015 sotto la bandiera della VI Edizione del Festival, come se nessun dubbio ci sia mai stato… perché questa è una manifestazione per tutti e di tutti, non solo per chi ci crede ma anche (e soprattutto) per chi vuole avvicinarsi ad un modo nuovo e sereno di percepire la realtà che nasce, vive e cresce attorno a noi.

Se lo stop del Festival Vegetariano sia una triste verità o una tattica economico-politica per risvegliare l’attenzione del pubblico, a noi non è dato sapere.
Quello che tutti i Volontari sanno, però, è che un evento simile porta ogni anno una ventata di positività ed energia ad una cittadina che si sta lentamente spegnendo… ed è per questo che tutti noi mostriamo con il sorriso le nostre bandiere da Veg-Team: in fondo, maglietta o non maglietta… citando il nostro Gregh, “siamo proprio un bell’orto”!

Sorrisi sempreverdi!
Sorrisi sempreverdi!

Un Mojito al Dietor, per cortesia!

Con Dedica Speciale Inter Nos
(e anche un po’ InterVos a vos neppur tropp bass…)
a tutte le amiche e gli amici
baristi/camerieri/banconieri. 😉 

Chi lavora con il pubblico, chi lavora con le persone, lo sa: ci sono certe cose, e certi giorni, che cancelleresti a piè pari senza pensarci due volte.
Perchè le persone sono una cosa meravigliosa, ma la gente… mamma mia no, Dio ce ne guardi (ovvero “Diu n’us guardi!”, come si dice qui dalle mie parti…!).

Ho lavorato in bar, in ristoranti, in caffetterie, in american bar, in pizzerie, in catering, in ricevimenti, in sagre, in chioschi…. faccio caffè e spritz aperol da un tempo che ho dimenticato, porto piatti con tagliate e ravioli e fritti misti e toast da altrettanto tempo altrettanto dimenticato.
E ne ho sentite di tutti i colori. Perchè la Gente è assurda ma non sa di esserlo: spesso crede di essere divertente, o difficile nei gusti, o particolarmente esperta, o di essere “come a casa”… invece no, è solo disperatamente assurda.

Metto le mani avanti: sappiate che questo post NON ha un senso logico, è un joycianissimo flusso di coscienza (corredato da punteggiatura però) e un mosaico di liberi pensieri di una cameriera qualunque.
E adesso riabbasso le mani, ributtiamole in tastiera.

Si diceva, e chi fa il mio stesso lavoro (o un altro lavoro di pubblico) confermerà, che se ne sentono di tutti i colori… poi si arriva a quel punto in cui speri che le puttanate siano finite… e invece no! Ne senti sempre una nuova che le batte tutte!
Perchè la Gente è sempre più fuori dalla cognizione della propria vita.

Dal cappuccino tiepido decaffeinato con il cacao e senza schiuma chiesto alle undici e mezzo di sera in una tavolata di vodka&lemon, alla CocaCola Light con “per favore mi porti le patatine e se ce le ha anche le arachidi”, allo Spritz Aperol “analcolico senza ghiaccio senza arancia senza prosecco senza soda”, al tramezzino e mi tolga la lattuga sennò mi va in mezzo ai denti…

…il mio personal best è stato, me lo ricorderò a vita, un “Mojito con il Dietor per cortesia, che sono a dieta”.
E ce ne sono vagonate. Ma vagonate davvero.

E poi la cortesia.
Ma signori, la cortesia negli anni dove l’abbiamo lasciata?
Quando ho iniziato questo lavoro, anni addietro -e qualsiasi collega lo confermerà-, la Gente sapeva ancora sorridere. Sorrideva quando entrava e salutava, ringraziava, stava alle battute, stringeva amicizia con chi stava dietro il banco e portava il cuore con sè nel percorso della giornata.
Invece adesso no.
Adesso ci si sveglia al mattino con il telegiornale che parla di tristezze a random senza senso, fatte apposta per abbatterci e stenderci a tappeto con il morale sotto i sassi. E poi si beve il cappuccino con la brioche degustandolo come fosse cicuta e olio rancido, con il broncio, con le pretese, con il naso all’insù e i coglioni all’ingiù e la curva delle labbra tesa al pavimento.

Ricordiamoci di sorridere, Gente!
Le rogne le abbiamo tutti, ma il grazie alla cameriera è dovuto e non è un optional. Prendiamoci un secondo per berla in serenità la birretta o lo spritz… sorridete del sole, sorridete della pioggia perchè domani farà fiorire il vostro balcone, sorridete con gli amici e ancor più sorridete con gli sconosciuti…

Un sorriso è gratis, sempre… apre mille porte, libera la mente, fa bene a voi e a noi.
Ricordiamoci di sorridere!

Salve! Le interesserebbe per caso…?

Ore 11.34, suona il cellulare. Numero privato.
Oddio chi è, pensi subito… sarà successo qualcosa. Magari hai dimenticato di pagare una bolletta o una multa. Oppure è pubblicità. Oppure… mah dai,  che faccio? Rispondo, tanto non sto facendo nulla.

Mi saluta una voce di donna, impostata, ottima dizione ma terribilmente teatrale e con un retrogusto elettronico a tratti fastidioso.
P: Salve! Parlo con la signora Gaia Rossella Sain? La chiamo per conto della casa editrice Pagine. Vede, siamo rimasti tutti piacevolmente stupiti dal suo testo Sapore di Fumo, che ha inviato per la partecipazione al concorso Poeti e Poesia… ha trasmesso grandi emozioni a tutti noi, volevamo davvero farle i complimenti. Lei scrive da molto?

Da parte mia risposte di rito a una miriade di altri complimenti: grazie mille, che piacere, si si, no no… però qui c’è qualcosa che mi par strano, e poi… mamma mia che vocina penetrante ha questa segretaria!
Mentre la ragazza continua a parlare dell’emozione insita nella poesia, del valore delle parole, e altre questioni di filosofia spicciola, faccio mente locale per ricordare quale sia il concorso al quale ho inviato il testo in questione.
Ed è questo: Viaggi di Versi IV Edizione.
Un occhio alla grafica e ai contenuti della pagina – e del resto del sito – e già capisci molte cose… però dici anche: la partecipazione è gratuita, dai proviamo! Tanto non ci perdi nulla, niente canonici 15/20 euro di iscrizione… così in quei cinque minuti in un buco fra mille impegni, invii un testo a random fra i tanti che custodisci nel cassetto.

Nel frattempo la signorina continua.
P: Ecco signora, la nostra casa editrice ha selezionato alcuni fra i testi più meritevoli fra quelli che ci sono pervenuti in redazione per la creazione di una nuova collana, dedicata alla poesia contemporanea, che inaugureremo a breve in un doppio formato, cartaceo ed elettronico. La sua poesia è di grande impatto, noi vorremmo quindi sapere se fosse interessata a far parte del nostro progetto.
[Molti molti dubbi in testa. Ma proviamo a sentire cos’ha da dire. Dico che “Si certamente, mi farebbe molto piacere!”… e così la voce alla cornetta parte in quarta, massima potenza d’elenco!]
P: Bene signora, la collana – dal titolo Riflessi – verrà pubblicata in formato cartaceo e distribuita direttamente nelle più grandi fiere nazionali del libro e della poesia, in modo da garantirne la massima visibilità; il formato ebook invece sarà per sempre disponibile su Amazon e le garantirà un introito in denaro per ogni copia venduta. La collana presenterà sette poesie per ogni autore, a libera scelta dello stesso, per un totale di tredici autori in ogni volume. Inoltre, la nostra casa editrice propone un pacchetto completo [giuro, ha usato proprio questa espressione, come un centro massaggi!] che include anche la trasmissione delle opere, recitate da autori professionisti, sul nostro canale tv, nonchè la realizzazione di un audiolibro, di una pagina web e di un video contenente i testi recitati. Tutto questo le garantisce insomma una grande visibilità, è davvero un’occasione da non perdere!

Attimo di silenzio da parte di mia.
Sto ancora pensando al “pacchetto completo” e alla lista di proposte subito seguenti: vorrei chiederle se per caso hanno anche i pomodori in sconto perchè dovrei far la salsa… ah ma no, stavamo parlando di Poesia, non di Frutta e Verdura.
IO: Tutto questo è molto interessante, certamente. Ma…
P: …signora ci pensi bene, la sua poesia è di grande valore e andrebbe valorizzata: ogni poesia non letta è una poesia non scritta, dico sempre ai nostri collaboratori, e questa è davvero una grandissima occasione, le darà grande visibilità nazionale al modico costo di 249,90€!
IO: Ecco, stavo giusto per chiederlo. Al momento non posso permettermi uscite economiche, quindi…
P: Signora guardi, i nostri costi sono inferiori a quelli di qualunque altro esponente della concorrenza… e se il problema è solo quello, possiamo venirle incontro: solitamente chiediamo il pagamento immediato, ma posso farlo tramite corriere  in contrassegno. Se mi da conferma oggi, il corriere passerebbe fra cinque giorni.
IO: Scusi, non posso avere informazioni dettagliate con tutte le clausole, magari me le invia tramite mail e poi vi contatto?
P: No signora mi dispiace, deve rispondermi ora perchè la mail per noi ha valore legale… la inviamo solo a chi ci conferma l’adesione al progetto.
IO: Allora no grazie, mi dispiace ma no.
P: Va bene signora, in bocca al lupo per il  concorso.
Sbam! Tuuu tuuu tuuu.
Dopo ore di grandi parole d’amore, un rifiuto e mi sbatte la cornetta in faccia… è proprio vero, non ci sono più le relazioni di una volta, e poi… la donna e la poesia sono insieme grande delizia e grande dannazione! 😉

Scarpe, scarpe e… scarpe!?

Ballerine vari colori.

C’è qualcosa di spaventosamente intrigante nelle scarpe. Per tutti.
Donne in primis ovviamente, per le quali di solito l’attrazione va di pari passo con l’altezza dei tacchi della scarpa in questione.
Ma anche per i cani. E i bambini. Anche per i ragni e molte altre varietà di insetti, temo.

Oggi Lex, come ogni giorno, ha voluto gattonare in giro per il salotto (e per la cucina, e il bagno, e il garage, e via…). Ogni tentativo di farlo rimanere su superfici morbide ormai risulta sempre più vano, soprattutto ora che l’afa avanza e il fresco delle piastrelle diventa un richiamo irresistibile.
La routine è la seguente: provi a sederti sul divano per guardare un TG con il pupattolo in braccio, il quale dimenandosi come un ossesso lascia intendere la sua voglia di buttarsi sul tappeto in missione esplorativa. Ovviamente il tappeto è solo la prima frontiera della sua missione… una volta elusi tutti i suoi giocattoli e dopo aver scavalcato le barriere di cuscini che separano la safe zone dal resto del salotto, lui punta… alle scarpe!
Ecco la grande ossessione di Lex: scarpe e ciabatte di tutti i tipi. Non sono solo i miei infradito azzurri fluo ad attirarlo, ma anche i più tristi zoccoletti neri della nonna o le pantofole blu scuro del nonno. Per non parlare poi delle sue scarpine e dei suoi sandaletti di Mickey Mouse, coloratissimi e leggerissimi, che cinque minuti dopo essere stati indossati sono già da togliere perchè sbavucchiati fino al tallone – calze comprese.

Lex le scarpe le mordicchia, le batte sbatte e ribatte sul pavimento, le sbavazza, le trascina in giro nel suo percorso casalingo lasciando una scia umidiccia simile a quella delle lumache. Immagini poetiche, è vero.
Le scarpe di mamma e degli adulti in generale danno una certa soddisfazione… sono più grandi, il rapporto MxS (dove M sta per Morsi e S per Superficie) è decisamente migliore rispetto alle sue, attualmente numero 19.

Scarpine da neonato. Immagine da ricerca libera.

Poi ci sono le scarpine da bambino.
Ogni mamma avrà avuto cassetti pieni di scarpe mignon, ancora imbustate nelle confezioni originali perché del tutto inutili fino almeno ai 6 mesi circa. Quando è nato Lex in molti mi hanno regalato scarpette, ed io mi sono sempre chiesta: ma perchè? Capisco chi figli non ne ha mai avuti, ma una mamma sa benissimo che le tutine della primissima infanzia sono complete di calzini, sopra i quali indossare anche delle scarpe sarebbe ridicolo… oltre che scomodo! Oltretutto un bimbo che non cammina, delle scarpe che se ne fa?

Ci sono donne che amano le scarpe e che ne vorrebbero una per ogni occasione, di ogni colore e di ogni taglio: ballerine, decolletes, sandali e sandaletti, francesine, stivali, sportive… con tacchi alti e tacchi bassi, rasoterra o con il plateu, con i lacci e senza…
Ci sono bimbe che vorrebbero tanto provare quelle belle scarpe rosse di mamma, e papà che si chiedono come facciano le compagne a portare passeggino+spesa+borsa+variedeventuali senza perdere l’equilibrio sui loro tacchi 8+.

Molti uomini poi si chiedono perchè?. Perché i tacchi, perché i mille colori? D’altronde loro possono spaziare su molti meno modelli: sportiva o mocassino, classica o stivale (molto trash però, sopratutto con la punta da cowboy!)… Ma l’uomo non porta la borsetta, non può cogliere il legame scarpa/borsa/accessori tanto caro a Enzo e Carla! E così, al ritorno da un giro in città, la domanda dei padri/mariti/compagni si trasforma in un sospirato “Un altro paio di scarpe!” dove al punto esclamativo si potrebbero sostituire dei rassegnati punti di sospensione.

E poi c’è la frase standard: “Come fai a camminare con quelle cose lì, ti fa male la schiena dopo!”. In realtà se la scarpa è di qualità ed è ben fatta, è comoda sia che abbia la suola bassa sia che abbia un tacco a spillo 12. Lo stesso vale per qualsiasi modello, dalla scarpa da ginnastica allo stivale da montagna.

Immagine da ricerca libera.

Certo è, comunque, che ad amare le scarpe non è solo il genere femminile.

Chi ha avuto cani e/o gatti sa che uno dei 10 Comandamenti fondamentali della (Animal)Convivenza è:
Mai Lasciare Indumenti In Giro (Soprattutto Scarpe, Calze O Intimo) Se Non Volete Ritrovarli Sbavati, Mordicchiati O Distrutti.

I miei cuccioloni avevano una grandissima passione per la cesta della biancheria, situata in bagno, motivo per cui la porta dei servizi era solitamente chiusa.
Le scarpe invece sono sempre state più raggiungibili, soprattutto vista la mia abitudine di dimenticare le ciabatte ai piedi del divano e vagare per casa a piedi scalzi.
Uno dei miei gatti, Santiago -un meraviglioso micione rosso molto selvatico e per questo mai noioso-, battezzò un paio di stivali da 180€ al loro primo giorno nella mia scarpiera facendosi unghie e denti su entrambi. Si impegnò tanto da ottenere un risultato così intenso e complesso da sembrare quasi artistico.

E i ragni dove li mettiamo?
Avete mai provato l’ebbrezza di infilare i vostri bei piedini da fata (o anche da muratore se siete uomo o se come me portate un 42 di zampa) nelle scarpe e sentire uno scricchiolio inquietante o, peggio ancora, qualcosa che si muove contro le dita? Possibilissimo, se abitate in campagna e magari non avete l’abitudine di chiudere la scarpiera.

Monumento dedicato alle vittime dello sterminio degli Ebrei sul Danubio (Budapest, 1944-45) in un’esecuzione delle Croci Frecciate. Foto da Wikipedia.

Di scarpe si parla spesso, sotto tanti punti di vista e per diversi aspetti.
Ci sono fiabe che le vedono come soggetto fondamentale allo sviluppo della storia, ci sono proverbi e detti popolari, ci sono spot e campagne di marketing virale che ne pubblicizzano di ogni tipo…
Ci sono donne che ne hanno parecchie paia e ne vorrebbero centinaia di altre, ci sono anche donne che usano sempre e solo le stesse scarpe da ginnastica da una vita, ci sono uomini con le Clarks e uomini con le Converse, ci sono bimbe con le suole delle scarpe che luccicano e bimbi con le Timberland mignon…
Ci sono perfino statue di scarpe, quadri di scarpe… e scarpe per cani, gatti, bambole, peluche, e via con una lista infinita!

E voi, di che scarpa siete?

Cher Ami, eroe a stelle e piume.

3 Ottobre 1918, Foresta delle Argonne, Francia nordorientale.
Nove compagnie di fanteria e mitraglieri della 77ima Divisione americana, comandate dal maggiore Charles White Whittlesey e composte da circa 554 uomini, si trovano circondate dalle forze nemiche tedesche. Gli alleati francesi che avrebbero dovuto affiancarle sono rimasti indietro e gli americani si trovano bloccati da sei giorni in una depressione del territorio: a dividerli dalle linee tedesche della Quinta Armata, solo il fianco alberato di una collina.

Uomini della 77esima Divisione americana.

Il cibo è poco e l’unica fonte d’acqua potabile è un fiume che scorre proprio sotto l’accampamento nemico. I Tedeschi continuano ad attaccare, a più riprese giorno dopo giorno, nella convinzione che quel piccolo gruppo di soldati possa infiltrarsi fra le loro linee e cambiare le sorti del conflitto. Le munizioni cominciano a non bastare e le comunicazioni sono interrotte: ogni corriere inviato dal maggiore Whittlesey al fronte alleato viene intercettato e ucciso.

Le forze americane, nel tentativo di fornire aiuto al battaglione disperso, attuano operazioni di fuoco diffuso: i bombardamenti dell’artiglieria pesante, però, colpiscono i loro stessi uomini, le cui coordinate precise sono sconosciute.
Dei circa 500 soldati della 77ima distaccati in quell’operazione, ne sono morti già quasi duecento. Decine di altri sono stati catturati o sono dati per dispersi.

Al maggiore Whittlesey rimane una sola risorsa, un’unica speranza: i piccioni viaggiatori in forza alle sue unità.

Un messaggio che recita “Molti feriti. Impossibile evacuare.”viene inviato con un primo piccione: si libra in volo, sotto gli occhi disperati del battaglione… e sotto gli occhi dei cecchini tedeschi, che lo abbattono prontamente. Tutti i soldati, di ogni grado e fazione, ormai conoscono il significato di un messaggero alato che si alza dalle linee di combattimento: porta informazioni, e le informazioni possono essere più pericolose di un intero battaglione. Un messaggio consegnato al momento giusto può cambiare completamente lo svolgersi di un conflitto.

Cher Ami con indosso una delle pettorine che l’esercito utilizzava per l’invio dei messaggi.

Un secondo piccione spicca il volo dalla vallata dove sono bloccati i ragazzi della 77esima: “Gli uomini stanno soffrendo. Supporto necessario.” è il messaggio che porta con sé, legato alla zampa sinistra. Indifeso davanti alla furia delle mitragliatrici e delle pallottole che solcano il cielo, il piccione viene colpito a morte e precipita con il suo messaggio d’aiuto.

Un solo uccello è rimasto al campo: il suo nome è Cher Ami, caro amico in francese. Addestrato dai soldati delle Signal Force americane, ha già portato a termine undici missioni nell’area di Verdun; sotto l’insistente fuoco nemico e sotto le ondate di fuoco amico, il piccione prende il volo portando il disperato appello del maggiore Whittlesey: “Ci troviamo lungo la strada parallela alle coordinate 276,4. Siamo sotto attacco da parte della nostra stessa artiglieria. Per carità divina, fermate i bombardamenti!”.

Cher Ami vola alto sulla collina, con il sibilo delle pallottole nemiche che gli sfiora le ali grigie e leggere. Per qualche istante la sua figura si staglia contro l’azzurro del cielo, seguita dagli occhi di tutti i soldati americani, stremati, sfiniti, tutti con un nodo in gola mentre pregano affinché quell’esile volatile possa superare il fuoco avversario.

Monumento ai caduti del “Lost Battalion”, il Battaglione Perduto, nella Foresta delle Argonne.

Poi, ad uno sparo segue un tonfo secco. Un fiotto di sangue macchia il bianco delle nuvole e Cher Ami cade.
Il maggiore Whittlesey e i suoi uomini abbassano il capo, in silenzio. Ormai anche l’ultima speranza è svanita, e fra poco probabilmente si ritroveranno di nuovo a lottare per la loro vita, in mezzo a quella foresta nera e sporca di sangue, ai cadaveri dei compagni e al tanfo di putrefazione dei corpi caduti.

Ma improvvisamente…
Improvvisamente un fruscio di foglie da un cespuglio, un battito frenetico d’ali, un tremolo pigolare…. Cher Ami si libra di nuovo in volo, con le piume zuppe di sangue ma con la determinazione e la forza di un vero soldato. Il suo piccolo corpicino si perde in un secondo fra le nuvole, mentre le compagnie di fanteria americane esultano e strepitano.

25 minuti dopo, a 25 miglia dalla collina dove la 77esima Divisione è bloccata da giorni, Cher Ami raggiunge il quartier generale alleato. Il corpo del piccione viaggiatore è una massa informe di piume e sangue: ha nel petto lo squarcio di una pallottola, grande come una moneta; crivellato di colpi ha perso un occhio; la zampetta sinistra è dilaniata, con carne e muscoli sfilacciati, ed è miracolosamente rimasta attaccata al corpo solo per un tendine.
Nonostante le gravissime ferite e il fuoco intenso che si è trovato ad affrontare, Cher Ami porta a termine la sua missione: legato a quella zampetta martoriata c’è il messaggio del maggiore Whittlesey, grazie al quale quasi duecento soldati ebbero salva la vita.

Dei circa 554 uomini della 77esima divisione coinvolti in quella battaglia, solo 194 furono salvati dalle forze alleate. 197 morirono in combattimento, mentre 150 vennero catturati o dati per dispersi.
Il maggiore Charles White Whittlesey e altri dei suoi compagni ricevettero la Medal Honor e la Distinguished Service Cross, le più alte onorificenze dell’Esercito degli Stati Uniti d’America.
Cher Ami venne curato con grande attenzione e riportato in America fra grandi onori: divenne l’eroe della 77esima Divisione e uno dei più conosciuti personaggi della I Guerra Mondiale, citato e studiato perfino nei libri di scuola. In riconoscimento del suo grande coraggio, gli fu assegnata la Croix de Guerre e una medaglia d’oro per i servizi resi durante la guerra. Morì il 13 Giugno 1919, e il suo corpo venne imbalsamato per onore e gloria delle sue gesta: è tutt’ora esposto allo Smithsonian Institution a Washington.

Il corpo imbalsamato di Cher Ami, conservato allo Smithsonian Institution di Washington.

 

Gli Italiani e l’incubo delle Rotatorie

Ammettiamolo: tutti noi patentati siamo, chissà quante volte, esplosi in qualche imprecazione o strombazzamento di clacson mentre, uscendo da una rotatoria, la macchina davanti ci tagliava simpaticamente la strada, urlandogli poi la classica frase: “E mettere la freccia, i****a?”. In teoria le rotonde dovrebbero servire a smaltire il traffico, in conformità con una normativa dell’Unione Europea che prevede l’aumento degli standard di sicurezza stradale nei paesi membri; in pratica, invece, sono molto spesso un incubo per chi è al volante.

Campus Drive at Mowatt Lane / Valley Drive vie...
Mowatt Lane nel Maryland (Foto: Wikipedia)

In effetti, con la trasformazione dei più grandi incroci semaforici in rotatorie alla francese (cioè con la precedenza data a chi è all’interno della rotatoria), sembrano essere drasticamente diminuiti gli incidenti e le casistiche di infortuni gravi. Ovviamente si può discutere se questo sia accaduto grazie alle rotonde in sé, o se sia semplicemente un effetto del fatto che gli automobilisti, non avendo ancora afferrato del tutto questo sistema, tendano a rallentare e procedere a passo d’uomo all’approssimarsi di una rotatoria.

Di fatto, le rotatorie viarie sono un fenomeno architettonico abbastanza recente, esploso negli ultimi vent’anni e per questo non previsto dal codice della strada: quindi non esiste una direttiva precisa sul comportamento corretto da tenere in rotatoria, con il risultato che spesso ci troviamo nella proverbiale situazione “paese che vai, usanza che trovi”. In linea di massima, comunque, dovrebbero valere i principi fondamentali in fatto di precedenze e comportamenti.

Prima di proseguire vi riporto un piccolo reminder, a cura dell’Osservatorio Provinciale Sicurezza Stradale di Reggio Emilia (nb: la non-italianità dell’ultima frase è nel testo originale, non è errore mio):

la maggior parte delle rotatorie esistenti sono realizzate secondo il modello “francese”, pertanto quando ci si trova al loro interno si ha diritto di precedenza rispetto ai veicoli in entrata anche se questi ultimi provengono da destra o da strade di primaria importanza. Eventuali diverse modalità di circolazione sono segnalate attraverso l’apposizione
di cartelli stradali e di strisce longitudinali.
In particolare, nelle rotatorie a due corsie di scorrimento, è buona norma impegnare la corsia esterna (cioè quella più ampia) nel caso in cui si debba poi subito svoltare a destra; viceversa è opportuno impegnare la corsia interna (cioè quella più stretta) nel caso in cui si debba percorrere larga parte della rotatoria o si debba effettuare una inversione rispetto al senso di marcia in entrata. Ogni manovra effettuata all’interno della rotonda e comunque ogni qualvolta la si debba lasciare per immettersi in una ramificazione laterale, è obbligatorio segnalare tale intenzione attraverso gli indicatori di direzione.

Insomma non è particolarmente complicato da capire: se devo prendere la prima uscita, resto nella corsia esterna; se devo uscire alle seguenti, mi sposto prima all’interno e poi di nuovo all’esterno al momento giusto e ovviamente mettendo la freccia… Anche se tutto ciò non è obbligatorio, quindi in caso di incidente si finisce con un concorso di colpa da entrambe le parti.
Peccato comunque che una larga percentuale degli automobilisti nostrani abbia sviluppato un modo artigianale di intendere il traffico nelle rotatorie, ovvero: “mi metto dove c’è meno gente”, o anche: “mi tengo sulla destra così non mi tocca cambiar corsia” .

L’Europa si sta riempiendo di rotatorie: in Gran Bretagna se ne contano oltre 10 mila, in Francia addirittura si superano le 30 mila. Ma il resto d’Europa probabilmente sa come funzionano: i quadratissimi Tedeschi, e gli Austriaci con loro, sono troppo precisi per non rispettare un meccanismo così logico; i Francesi d’altro canto le hanno inventate, le rotatorie, non possono quindi non conoscerne l’utilizzo; gli Inglesi poi son troppo orgogliosi per essere da meno, anche andando “controsenso”.
Gli Italiani invece, come sempre, le cose le fanno ad personam: io così, tu cosà.

Sinceramente?
Io mi sono arresa.

Rotonda en Begoña, Bilbao.
Bilbao. (Foto: Wikipedia)

Fino ad oggi ho tentato di seguire il codice della strada facendo le rotatorie come andrebbero fatte, immettendomi dalla corsia di sinistra, spostandomi al centro e poi uscendo al momento giusto… con l’unico risultato di essermi ca*ata nelle brache (scusate il francesismo) non so più quante volte a causa di frecce non messe o repentini cambi di corsia.
Siccome in macchina non sono più sola, e mi farebbe parecchio arrabbiare se a mio figlio succedesse qualcosa perché il furbo davanti/dietro di me non sa girare in una rotatoria, ho adottato anch’io la filosofia del tenersi sempre sulla corsia esterna in modo da non incrociare nessuno. Almeno però mantengo la sana abitudine del mettere sempre le frecce.

Aggiungo poi che da quando han piazzato rotatorie un po’ ovunque, girare in bicicletta o a piedi è diventato un (pericolosissimo) supplizio, con le strisce pedonali piazzate agli ingressi delle ramificazioni (avete presente la rotonda enorme del cavalcavia dell’Ospedale di Udine, poco dopo il Malignani? Con i pilastri e i camper che bloccano la visuale? Sfido gli Ingegneri che l’hanno progettata a farsi il girogirotondo delle strisce senza ricevere almeno un paio di clacsonate folli!).

E comunque rimango fermamente convinta del fatto che l’unico motivo per cui si preferiscono le rotonde ai semafori è perché costruirle costa molto di più (dai 150 agli 800 mila euro circa), ci vuole più tempo quindi anche le remunerazioni per le società di cantiere salgono, e soprattutto si ottengono più finanziamenti statali e/o provinciali (un esempio? Io abito in un paese di circa seicento abitanti con quattro strade in mezzo ai campi, dove non passa mai nessuno, eppure ci hanno piazzato una inutile rotonda finora frequentata principalmente dai gatti della campagna… questo perché si doveva con quel progetto ottenere un finanziamento per le opere pubbliche).

E’ sempre bello sapere che viviamo in un Paese in cui le Autorità valutano di maggiore importanza l’asfalto rispetto, per esempio, al verde pubblico o al sostegno familiare.

Incontri del terzo tipo: a colloquio presso un’interinale

Come molti ragazzi della mia età -e non solo-, sono mesi che mi ritrovo a dover affrontare i famigerati colloqui con le agenzie interinali, o agenzie per il lavoro. In questo momento di crisi in cui assunzioni se ne contano sempre meno, fare una buona impressione ai selezionatori di questi uffici è fondamentale: vestirsi in maniera adeguata, presentarsi curati ma non appariscenti, essere sicuri ma non arroganti, rendersi disponibili ma non con un atteggiamento troppo remissivo.
Spesso si tratta di fornire una prova d’attore, perché ormai sappiamo tutti qual è il modo migliore per fare bella figura e ci comportiamo di conseguenza.

Ho ripreso da poco (quattro mesi, alla faccia del “poco”) la ricerca di un lavoro, a seguito della maternità statale dopo la nascita di mio figlio. Ora che ha ormai sette mesi, mi ritrovo molto di frequente a fare “il giro della agenzie”, come dico le mattine in cui esco per andare nella cittadina di turno a fare, appunto, il solito giro degli uffici in cerca di qualche apertura sul mercato.

Adecco
Adecco (Photo credit: Wikipedia)

Umana, Adecco, Manpower, Metis, Randstadt, chi più ne ha più ne metta: ce ne sono a decine in ogni città, di solito in posti imbucati sotto qualche portico nascosto, in aree pedonali o su stradine a senso unico, che per arrivarci devi fare girogirotondo come uno scemo per ore.
Domanda 1:  le location per gli uffici le scegliete apposta per scoraggiare le visite?

Tutti hanno un portale web e un indirizzo mail, ma quasi nessuno legge i messaggi e devi quindi passare di persona.
Domanda 2: cosa le tenete a fare le mail, se non degnate di un minimo di attenzione le proposte che vi inviano i candidati?

Attività frustrante, far loro visita di persona; in ogni ufficio la stessa storia: saluti e ti presenti, gli ricordi chi sei e ti fanno un paio di domande per aggiornare la tua scheda e per ricordarsi del tuo profilo. Poi ti dicono: “Va bene, ho aggiornato il tuo profilo, per adesso non c’è nulla ma se ci si apre qualche richiesta adatta alla tua scheda ti chiamiamo“. Ringrazi, saluti ed esci. Ed entri in quella seguente. E via di nuovo, ancora e ancora.
Se poi è la prima visita e devi iscriverti, anche se hai il curriculum aggiornato e completissimo, devi comunque completare un fascicoletto con tutti i tuoi dati e, se possibile, fototessera.
Domanda 3: il curriculum cosa lo chiedete a fare, se poi dobbiamo copiare tutto a penna sulle vostre schede? Se a voi la carta la regalano, a me ancora no.

Ovviamente devi rispettare gli orari: l’altro giorno ho trovato su una porta l’avviso “valutiamo curriculum e nuove iscrizioni solo su appuntamento”, o ancora su un’altra, “l’ufficio è aperto al pubblico dalle 12.00 alle 13.00”. D’accordo che c’è carenza di lavoro, ma potreste almeno far finta di fornire un qualche genere di servizio, no?

Poi a volte sei fortunato e ti telefonano: “ci sarebbe questa proposta, se ti interessa vieni in sede e facciamo un colloquio conoscitivo”. Allora vai, ti prepari ben bene e ti tocca il primo colloquio: quello con la selezionatrice dell’agenzia. Cerchi di fare bella figura, sei cortese e disponibile, sorridi e annuisci. Però a volte ti fanno di quelle domande che ti verrebbe da rispondere male.

L’altro giorno mi è successo questo:
Agenzia: Da Luglio fino ad oggi cosa ha fatto?
Io: Ero in maternità fino a Febbraio, ho ripreso da poco a cercare lavoro, ora che mio figlio è un po’ più grande.
A: Ah ma… lei ha un figlio?
I: Si.
A: Questo è un problema.
I: Beh, no. Per me no.
A: Eh ma come fa, se si ammala… e poi chi lo tiene?
I: Ho i nonni.
A: Che lavoro fanno i suoi genitori?
I: Mio padre turnista e mia madre insegnante.
A: E quando loro lavorano, come fa?
I: Esistono le baby-sitter e in ogni caso ho anche i bisnonni.
A: Ah… ma se la sente di affidarlo a una baby-sitter? Vuole proprio lavorare?
I (perdendo la pazienza anche se con educazione): Voglio e devo lavorare, altrimenti mio figlio che fa, muore di fame?
Domanda 4: cosa vi interessa che lavoro fanno i membri della mia famiglia, il mio numero di scarpe, il colore dei miei capelli etc. etc.? Correggetemi se sbaglio, ma la legge sulla privacy stabilisce che le domande fatte durante un colloquio debbano vertere sulla professionalità del candidato e sulla sua attitudine verso la mansione, e non indagare su possibili fattori che possano in qualche modo discriminare una persona.

Sui giornali, sulle riviste, nei discorsi politici propagandistici pre-elettorali, sentiamo sempre la solita storia: c’è bisogno di dare spazio ai giovani, perché sono il futuro della società e la nostra linfa vitale; ricordiamoci però che linfa vitale della società sono anche i bambini, e che se le loro madri sono discriminate nel mondo del lavoro, questi bambini avranno minori possibilità di crescere in un ambiente sereno e minori possibilità di fare esperienze scolastiche e culturali di valore (perché la meritocrazia, anche nella scuola, è e rimane troppo spesso un miraggio), diventando così giovani dalla mentalità chiusa e poi adulti dagli orizzonti limitati.

Domanda 5: quand’è che ci renderemo conto che le madri e i bambini sono una ricchezza per la società e per il mondo del lavoro, e non un peso?