Gabbie (di sera)

Mi sono chiusa
dentro la sera,
acciambellata nella forma della luna
a fare di un tempo un’abitudine –
ho ascoltato i tulipani
dirmi le strade del vento
e gli incroci delle api,
ma il profumo è solo bugia di luce
e il cuore digerisce la solitudine
se il sole si ricorda di sorgere –
dove finiamo, noi,
che della notte facciamo un rituale
e nella conta di un attimo
giochiamo la roulette del corpo?

Sai, in fondo –
non siamo che tratti di nuvole
anche quando il cielo si fa terso
e a disegnare
restano solo dita e sogno.

[GRS]

Danze di Notte

Ho chiesto alla notte
dove
sia nascosto il tuo nome,
le mani d’ombra di un ramo
alla messa d’inverno
raccontano gli spazi fra volo e caduta –
sola, la voce a sillabare silenzi
in quest’urna di piume…
io
(che del nido ho la dimensione del buio)
come posso sapere
il più bianco canto d’allodola?

E tu
(spettro del tuo stesso stare)
dimmi quella nota diffusa,
lieve a tessere l’aria
quando il porto è la terra –
dammi la misura,
e la meccanica
dei corpi all’epifania del piacere,

nel nostro sfiorare la sera
di calici e trapezi,
c’è il tempo di un uomo
o il tepore di donna –
il dado sfacciato
dell’equilibrio che danza sul cuore.

[GRS]

timelapse

Quella bambina
soprammobile –

oggi
ti ho sentita dentro all’andare dell’alba,
nel giocare del sonno
che va verso il giorno
ho dato al vuoto le spalle
e il tuo canto bianco ha chiamato la veglia.

Forma di cera,
ho ricordato le dita
miagolare al buio
per chiedere una stella –
questa torre di sassi
è la sera
che macina i sogni,
al mostrarsi del Sole
scolorano
draghi e principi azzurri
e piene le mani
sciamano cieli – di nuovo.

[GRS]

I fanali passare.

Mi fermo a volte,
sulla soglia dell’ombra –
a guardare i fanali passare.

Hanno il muso bianco della notte,
forme
che non ho mai imparato a differenziare –
il fuoco del camino ride di me
che mi appoggio al freddo
prendendolo per mano…
Ho dita scarne oggi,
filtrano parole
e parti e misure –
si fa d’autunno la mescita del silenzio,
il calice vuoto
e a versare è una Luna di rame.

La luce chiama alle spalle,
vien solo un sorriso quando
(oltre la strada)
rivedo i fanali passare.

[GRS]

“Di Nuvole e Lontananza”, recensione di F.Corselli

Buonasera, amici di WordPress! Stamattina una bella sorpresa mi ha dato il buongiorno: la prima recensione “ufficiale” della mia silloge Di Nuvole e Lontananza (ed Culturaglobale), scritta dal Poeta Fabrizio Corselli per Babette Brown.

Di seguito un estratto, e click qui per il link con la recensione completa.

Quella di Sain è una poesia tattile, che procede quasi per sinestesie e metonimie, tanto da trasformare il linguaggio poetico in linguaggio iconico. Immagini tratteggiate con la lievità d’un pennello, come di un pittore assorto sulla riva del fiume, mentre ne contempla il flusso continuo; un fluire che si affida a una sensibilità che è colonna sonora d’un paesaggio interiore, in cui Sain ben definisce le proprie emozioni e i propri sentimenti. In alcuni passaggi si raggiunge perfino una vera e propria esplosione sensoriale (dalla poesia Mele: “Spiove la nebbia / sui sentieri di casa. // Mele caramellate, / dense di petrolio / lucido / veleno d’oltraggi / in seno a scarlatte follie – / mormorano di fiere autunnali, / al passo caduto di stagioni / e giorni di zucchero bruciato”). Le forme si mescolano e si fondono con gli oggetti della realtà, quasi in un ineccepibile correlativo oggettivo. Lo stato d’animo è così espresso non in maniera diretta ma attraverso oggetti, eventi o situazioni che rappresentano l’equivalente dell’emozione. Una dimensione formale che, unita alla forte componente lirica precedentemente citata, diviene sintesi assoluta di tale poetica. A sostegno di ciò, cito dalla poesia Dell’abitudine, i versi “E nell’Isonzo / scorro –“, a mio avviso, esempio perfetto di metafora esistenziale.

Chi mi conosce sa quanto io stimi il lavoro e la professionalità di Fabrizio Corselli: la sua recensione è per me un piccolo grande traguardo. Grazie mille!

La forza di Due

Sai,
vorrei dirti
che avrò la forza di due –
che terrò il vento alle finestre
per il tuo sonno bambino…
che ti insegnerò il mare
e le spigolosità del fiume,
e il senso dei sassi a cadere –

ma il vento
ha scardinato la porta
e le onde
sanno coprire le spiagge più asciutte.

Vorrei dirti
che avremo giorni per raccogliere margherite
e farne catene di bianco,
ma la primavera ci ha raccolto scalzi
e le mie mani
sanno di ferro e sale
nel giorno che si lascia andare…

Sai,
vorrei dirti
che avrò la forza di due –
a passi piccoli
metto la chiave nell’ombra
e seguo la via degli alberi –
pizzicano gli occhi,
a tendere cielo e nuvole.

[GRS]

[Senza Titolo]

Perché poi
sai,
alla fine non è il pensarci –
non è lasciare il cuore in folle
o lo spazio aperto,
non è quel mezzo chilometro di pioggia
o il bicchiere pieno
(e giù il vuoto)

non è quel
forse oggi,
o verrà il giorno
e sarà notte ancora…

È chiudere gli occhi
alla maniera del cielo
e solo trovare
– nella memoria di una forma –
la direzione di uno stare.

[GRS]

Nel buio

Ho aperto la sera,
l’ho sfogliata
di verso in verso
ascoltando la nebbia uscire di casa.
Nelle viscere del nero
a passi piccoli
mi ha portata il vento –
me sola,
accucciata alle sue mani,
un corpo e un’ombra
a chiedere asilo.

Ho aspettato le stelle,
loro che a volte rispondono –
ma le stelle hanno tremato
e frivole
si sono sciolte in una risata,
così
in un angolo di cielo
Levante mi ha lasciato le dita,
molli a scavare l’aria.

Ho sentito la notte
entrarmi negli occhi,
nel buio
ricordare un respiro
è trovarne il calore.

[GRS]