Materia

Ho raccolto
la terra che sono,
l’ho inscatolata,
pressata in cartoni
umidi di fondi –
dal mio lato della notte
vedo la scadenza dei lampioni,
consumati
a regger l’azzurro anche quando si fa nero.

Così oggi ancora
so
di esser materia pesante –
come la poiana è per il volo,
io sono di gravità
radice
abbracciata al cielo.

[GRS]

Tabernacolo

Nel dire
“di te non mi fido”
sei veloce,
gli spazi stretti
come il bimbo alla bugia –
ma è la notte
che fa del tuo corpo un testimone
e del mio ventre il tabernacolo.

A mietere attese ho imparato
ascoltando la poiana vestire il cielo –
oggi so leggere le tue spalle
quando mi addormenti,
in questo lenzuolo di nuvole
dove azzurro
è il mio seminare,
dove il volo
è equilibrio
fra presenza e silenzio.

[GRS]

“In cosa credi?”

Ho posato
le parole sul comodino.
Sul divano,
quando chiedevi “in cosa credi?”
e ti dicevo che
ad andare scalzi
ci si fida della Terra –
sul cartone
(nudo di piedi)
il dizionario di un bambino.

Ho lasciato
le scarpe alla salita dei colli,
anche oggi che resta il gallo
a filare i venti
e la larghezza del cielo
mi dimora nel ventre.

[GRS]

Burja

A sorsi
godo delle nuvole –
ti ho nel vento
d’increspatura sottile,
non mi fido delle spalle
quando
(a sostare dopo gli atti)
denudano tracce
e rigurgitano sale,
ma qui
la schiena storta è la mia
che si scioglie di notte
mentre bora ride alla finestra
nel breviario del bianco.

Ad ascoltare quel corpo
avresti il filo d’ogni lacerazione,
a che mi serve esser di terra
quando testardo
il cuore impazzisce per il cielo?

[GRS]

La Bora [Burja in sloveno] è un vento catabatico, cioè di caduta e compressione adiabatica, di provenienza nord/nord-orientale, che soffia con particolare intensità specialmente verso l’Alto e Medio Adriatico.
La bora non si orienta in un’unica direzione ma fluttua intorno ad una direzione media che è tipica per ogni località. La sua caratteristica è di essere un vento “discontinuo”, ovvero di manifestarsi con raffiche più forti, intervallate dalle raffiche meno intense.

Gabbie (di sera)

Mi sono chiusa
dentro la sera,
acciambellata nella forma della luna
a fare di un tempo un’abitudine –
ho ascoltato i tulipani
dirmi le strade del vento
e gli incroci delle api,
ma il profumo è solo bugia di luce
e il cuore digerisce la solitudine
se il sole si ricorda di sorgere –
dove finiamo, noi,
che della notte facciamo un rituale
e nella conta di un attimo
giochiamo la roulette del corpo?

Sai, in fondo –
non siamo che tratti di nuvole
anche quando il cielo si fa terso
e a disegnare
restano solo dita e sogno.

[GRS]